L'Alternanza Scuola Lavoro raccontata

La mia prima esperienza di alternanza scuola-lavoro si è svolta presso la Fondazione Mons. Igino Bandi, sede del settimanale della diocesi di Tortona “IL POPOLO”. Mi ritengo pienamente soddisfatto del percorso formativo che ho intrapreso: non solo ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze in materia giornalistica ma ho anche potuto respirare l’atmosfera lavorativa della redazione, approcciandomi così più consapevolmente a questo ambiente professionale. 

Sin da quando avevo sentito parlare i miei professori dell’esperienza obbligatoria della scuola-lavoro, ammetto che non ne ero rimasto entusiasta: ero piuttosto scettico relativamente all’obiettivo di tale riforma nei sistemi scolastici, soprattutto per quanto riguardava noi alunni che frequentiamo il liceo. Sinceramente sottrarre del tempo prezioso alle ore di lezione, già di per sé insufficienti per riuscire ad affrontare la mole di argomenti previsti dai programmi ministeriali, mi sembrava (e in un certo senso mi sembra ancora) poco valido e produttivo. Questa breve esperienza al giornale mi ha fatto cambiare idea. Mi sono infatti reso conto di quanto io sia stato fortunato ad avere avuto l’opportunità di iniziare il mio stage formativo in un ambiente che, tutto sommato, si concilia anche con il mio indirizzo di studi classici.

Devo dire che nel mio caso un fattore che ha giocato un ruolo molto importante, per non dire fondamentale, è stata la componente umana dei miei tutors: la loro grande disponibilità e premura nel seguirmi in tutte le occasioni, facendomi sentir parte integrante del loro gruppo, mi hanno permesso di inserirmi subito in modo attivo e partecipe nella redazione. In particolare sono stato assistito dal caporedattore Matteo Colombo, che, oltre ad essere molto stimato dai suoi colleghi in redazione nonché nell’ambiente vescovile, è anche scrittore e ha ottenuto importanti riconoscimenti a livello nazionale a seguito di alcune pubblicazioni. Persona sincera e premurosa, di poche parole, con quella pacatezza che al giorno d’oggi sta diventando una qualità sempre più rara. Timido ma con spiccata sicurezza in se stesso, che non si manifesta certo nella comune e banale presunzione, bensì nella scrittura. Matteo è come Gramellini: le persone che leggono i suoi articoli riconoscono la sua “firma” nel box in prima pagina “Felici & Taggati”, l’equivalente del Caffè del Corriere della Sera. Gustando fino all’ultima frase questi brevi articoli ho realizzato che il mio tutor fa delle parole il suo strumento di evasione, il luogo in cui può davvero dar sfogo alla sua fantasia ed esprimersi liberamente, rivelando quella fermezza nelle idee che io cerco continuamente. Io lotto quasi quotidianamente con la mia insicurezza ma spesso è lei a uscirne vincente. Questo mi rallenta nella scrittura, facendomi arrancare in cerca di parole, di frasi articolate su uno stralcio di idea, disperatamente. Sono convinto che questa esperienza al giornale mi abbia giovato perché, grazie anche agli incoraggiamenti e ai preziosi consigli ricevuti, ho iniziato ad assaporare in fieri il fluire della biro sul foglio, senza preoccuparmi dei giudizi altrui a fine lavoro, cosa che mi porta altrimenti a rimuginare in modo quasi ossessivo su ogni concetto che elaboro.

La mia formazione al giornale si è articolata in diverse fasi: i primi giorni Matteo, per testare la mia capacità di scrittura, mi ha assegnato dei brevi articoli di cronaca da scrivere prendendo ispirazione dai diversi giornali che erano in redazione. Dopo una settimana hanno pubblicato persino un mio articolo sul POPOLO! La seconda settimana dal liceo Galilei di Voghera è arrivata Francesca. Frequenta il liceo linguistico ed è al suo penultimo anno. Conosceva già molto bene la redazione e Matteo, avendo frequentato un suo corso di scrittura creativa. Con lei ho condiviso le mie restanti tre settimane. Il nostro tutor, assieme anche ai suoi colleghi Daniela e Marco, ci ha successivamente presentato il giornale in tutti i suoi aspetti, compresa la sua impaginazione. Abbiamo partecipato alle riunioni per la programmazione di ogni numero del giornale realizzando il cosiddetto menabò, ovvero una linea guida degli argomenti su cui scrivere gli articoli per il settimanale successivo. Ci siamo inoltre dedicati a una parte più tecnica, ovvero l’impaginazione a computer. Non nascondo che sia un'azione che richiede grande precisione e anche non poca pratica prima di acquisire dimestichezza. È solo assistendo a tali procedure che si comprende quanto lavoro ci sia dietro ogni articolo, ogni foto, ogni pagina di giornale. IL POPOLO ha, in questo senso, un’impaginazione molto curata ed efficace, non confusionaria, che consente un’agile lettura. Essendo il settimanale della Diocesi di Tortona (che è molto estesa in quanto lambisce Ovada fino al Pavese e all’Oltrepò), non contiene cronaca nera ma la cosiddetta “cronaca bianca” che spazia dagli avvenimenti religiosi più salienti del territorio e del mondo ecclesiastico alle iniziative cittadine e agli eventi culturali.

IL POPOLO è un giornale che ha una sua precisa identità, grazie anche alla presenza di tipologie di articoli come Felici & Taggati, i cosiddetti “corsivi”: sono questi a stuzzicare il lettore dall’inizio sino alla fine attraverso punte di ironia sempre misurate e mai eccessive o volgari. Trattando di argomenti della vita quotidiana, il giornalista nel suo articolo parla di sentimenti comuni, crea cioè un canale di comunicazione con i suoi lettori, trova le giuste parole con cui questi ultimi possono identificarsi.

È fondamentale che ogni quotidiano si distingua dagli altri, rifuggendo l’appiattimento e la superficialità. Giornali locali come IL POPOLO sono pertanto uno strumento efficace e insostituibile per dar voce alle realtà più marginali di un particolare ambiente sociale, riportando notizie che, spesso, rimangono inascoltate dai mass media e non trovano spazio per emergere sul web. Difendere questa identità è una delle sfide più ardue per ogni redazione. Naturalmente un deficit rilevante è la difficoltà di diffondersi in un pubblico il più possibile variegato: la maggior parte dei lettori de IL POPOLO sono infatti anziani mentre tra i giovani esso è praticamente sconosciuto. Accogliere studenti per l’alternanza scuola-lavoro può essere il primo piccolo passo per aprirsi a tutte le età. 

Questa esperienza mi ha offerto diversi spunti di riflessione, in particolare circa il seguente interrogativo: «Il giornale, in un mondo che sta diventando sempre più digitale e informatico, serve ancora?» Questa domanda, a mio parere, è mal posta poiché non definisce chiaramente la questione: il senso del giornale non sta nella semplice informazione. Esso non può e non vuole sostituirsi alla rete: è infatti cosa evidente a tutti che da anni il web si è imposto sulle enciclopedie e che, ragionando in termini di velocità con cui le informazioni vengono recepite dai vari utenti, esso non conosce rivali.

Il giornale è tuttavia un valido alleato davanti alla confusione che possono creare il computer e il telefonino in quanto fornisce notizie accuratamente selezionate e giudicate da persone di una certa esperienza (o almeno dovrebbe essere così). Con il web invece mantenere la lampadina del discernimento sempre accesa di fronte alla quantità esorbitante di dati forniti non è cosa facile, specie per noi giovani. Il giornale mantiene quindi pienamente il suo perché anche nella relativa crisi del foglio a cui stiamo assistendo. Ogni quotidiano, nella sua specificità, è un punto di riferimento insostituibile, un faro che ci aiuta a orientarci nel buio della disinformazione.

Un altro punto “dolente” che vale la pena affrontare è la questione della necessità o meno di digitalizzare il giornale. Sono molte le opinioni contrastanti a riguardo ed è vano elencarle tutte: io mi limito a esporre il mio pensiero. Credo fermamente che la copia cartacea rimanga ancora oggi uno strumento insostituibile per veicolare le informazioni. In questo modo esse rimangono fissate e inalterabili, non possono essere cancellate. Sul web, invece, si ha come la sensazione che le parole ci scivolino tra le dita (o meglio tra gli occhi), si volatizzino; questo perché il desiderio innato di possesso che i libri e i testi scritti ci suscitano, aggiunto al primordiale piacere del tocco della carta, è e – credo – rimarrà insostituibile. Ciononostante il digitale e il cartaceo non devono essere considerati come due strumenti in contrapposizione tra loro: rispondono a esigenze diverse e come tali abbiamo bisogno di entrambi. Ecco perché anche IL POPOLO si sta dotando di un sito internet.

In conclusione posso asserire che questa esperienza è stata proficua e mi ha fatto crescere come persona, con ancora tutte le mie insicurezze ma sicuramente con più maturità e consapevolezza delle mie capacità. Ho trovato ulteriore conferma di quanto sia importante coltivare la scrittura come passione e non come costrizione, le frasi non devono essere forzate, buttate svogliatamente sul foglio bianco. Scrivere non è appiattimento ma elevazione, le parole sono il sigillo, la manifestazione di quello che abbiamo sepolto in noi stessi e che possiamo e, oserei dire, dobbiamo portare alla luce. Scrivere è terapeutico, un esercizio che d’ora in poi mi prefiggo di compiere quotidianamente in quanto medicina per rifuggire dalla noia e dalla suadente attrazione di un clic sul telefonino. Una passione che spero di continuare a perseguire crescendo, affinando nel tempo e che, perché no, un giorno potrebbe trasformarsi in professione. Sarà molto difficile ma penso che, dopotutto, se i latini hanno coniato il detto gutta cavat lapidem un motivo pur ci sarà.   

  

                                                                                                             Giovanni Goggi


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